Nata dodici anni fa in Francia come distributore digitale, Believe Digital negli ultimi anni ha ampliato i suoi orizzonti, diventando uno dei primi attori indipendenti sul panorama discografico mondiale. Da quattro anni a questa parte la società, attiva anche in Italia sotto la guida di Luca Stante, ha allargato il suo business alla distribuzione di prodotti fisici, oltre che ai contratti di licenza per marketing e video – e, più recentemente, anche di produzione. Sempre più proiettata verso la fornitura di servizi a 360°, Believe Digital negli ultimi anni ha fatto segnare una crescita costante, grazie al proprio inserimento in un ecosistema in pieno sviluppo che – al netto delle implicazioni industriali – continuerà a offrire sorprese anche dal punto di vista artistico. “La crescita dello streaming sta dando l’opportunità a molti artisti estranei al circuito mainstream di crescere, e quindi di investire di più”, ci spiega Stante, col quale abbiamo fatto il punto sullo scenario dell’industria musicale nell’epoca della musica non più di proprietà ma “accessibile”.

 

Qual è, dal tuo punto di vista, la sfida più grande che l’industria discografica si è trovata ad affrontare con il passaggio dello streaming a segmento trainante del mercato?
Con lo streaming è scomparsa la leva del prezzo, e questo ha dato luogo a un fenomeno molto interessante: qualsiasi brano di qualsiasi artista, oggi, non ha prezzo, perché pagando un abbonamento si ha accesso al catalogo musicale mondiale. Questo ha dato molto più spazio alle nicchie e agli emergenti, permettendo al pubblico di scoprire molta nuova musica. Quando mi sono abbonato per la prima volta a un servizio di streaming musicale, sono andato innanzitutto ad ascoltare i brani e gli album che non avevo nella mia collezione “fisica”. Questo perché il prezzo aveva cessato di essere vincolante: quando si doveva comprare un disco, si tendeva a spendere soldi solo per quello che si reputava interessante e al quale si assegnava già un valore. Adesso non è più così, e il primo grande cambiamento lo si è riscontrato nelle classifiche di vendita, che si sono notevolmente “svecchiate” rispetto al passato: questo perché sono entrati molti artisti con un target spiccatamente giovanile, “figli” di questo nuovo fenomeno.

 

In uno scenario sempre più mutevole, quali tattiche si sono rivelate vincenti nelle operatività di Believe Digital?
Essendo nati digitali, quando il mercato digitale cresce siamo sempre avvantaggiati rispetto alla concorrenza, riuscendo a rispondere meglio e più in fretta alle evoluzioni di questo scenario. I dati GFK, non a caso, dicono che nel corso del 2017 siamo stati l’operatore del settore che è cresciuto maggiormente come numeri di streaming: è stato un bel riconoscimento, che tuttavia ci aspettavamo, perché siamo in grado di sfruttare al meglio le potenzialità offerte dalle piattaforme digitali, grazie al nostro know-how e al roster dei nostri artisti. Nel 2017, per esempio, abbiamo fatto segnare i record di ascolti nel primo giorno di uscita per un album e per un singolo, e più recentemente, nel 2018, abbiamo raggiunto questo traguardo nelle visualizzazioni di un video su Youtube.

 

Quali sono stati, secondo i vostri dati, i nomi di band o artisti che hanno performato meglio, in termini di vendite, durante l’ultima stagione discografica? Secondo te, qual è stato il segreto del loro e del vostro successo?
E’ stata una combinazione vincente dovuta a un fattore molto importante generato dalla rivoluzione che sta cambiando l’industria discografica mondiale: prima dell’avvento del digitale per distribuire un prodotto a livello internazionale ci volevano grosse organizzazioni e un importante investimento in termini di capitali, a fronte di un elevato rischio d’impresa. Uno sforzo del genere era alla portata delle sole major ed era normale che si formasse un oligopolio. Il digitale ha facilitato la distribuzione in tutto il mondo, e questa è stata la prima grande rivoluzione. La seconda ha riguardato i mezzi di comunicazione: prima le major occupavano la maggior parte degli spazi in radio e TV, che per il pop sono tutt’ora i canali più importanti. Ma per le nicchie, dove veniva espressa più creatività e innovazione, sui media mainstream praticamente non c’era spazio.

 

A proposito di Youtube e dei canali non istituzionali: come vi ponete riguardo al problema del value gap? Qual è, secondo te, la ricetta per rendere più proficua la trattativa coi giganti del Web?
La nostra posizione è che il value gap non esiste: è vero che su Youtube il video viene remunerato secondo canoni ben precisi, ed è vero che la remunerazione non è alta, ma è anche vero che il video ha costi di gestione molto alti rispetto all’audio per la piattaforma. Essendo quello di Youtube un modello ads based, trovo naturale che il prezzo sia la pubblicità, a farlo. Probabilmente la controversia potrebbe spegnersi se Youtube aprisse un canale a pagamento, cosa alla quale sta tra l’altro lavorando da tempo: in quel caso, gli streaming verrebbero pagati di più. Per quanto ci riguarda, non ci poniamo in polemica con Youtube, anzi, vogliamo essere suoi partner, propositivi e collaborativi. E poi non dimentichiamo che il grande valore aggiunto di Youtube è la sua enorme potenza in fatto di comunicazione.

 

Per approfondire http://www.rockol.it/news-686683/believe-digital-intervista-a-luca-stante