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E’ il bizzarro mondo del far west digitale, dove le lande desolate sono diventate fertili terreni per i fabbricati dell’industria discografica che conquista spazi e occupa zone sotto la sacra effige dell’AntiPirateria.

 

Lo stesso mondo che ha permesso a Ed Sheeran di diventare la più importante popstar maschile, sta vietando ai suoi fan di realizzare le cover, distruggendo così il rapporto artista-fan, disumanizzando la persona e costruendo un muro fatto di Policy Aziendali attorno al Brand Ed Sheeran.

 

Durante un’intervista alla CBS pubblicata il 5 marzo, il giovane compositore britannico (comunque 26 anni) ha spiegato i suoi inizi, fatti di esibizioni per strada, nei pub e pubblicare canzoni nei blog o sui siti, poi ad un certo punto ammette: “[Cosa mi ha aiutato di più?] Il file sharing. So che è una cosa brutta da dire, perché adesso faccio parte dell’industria discografica alla quale non piace la condivisione illegale di musica. [..] Ma questo è stato tipo di condivisione ha rendermi famoso tra gli studenti universitari che condividevano i miei brani”.

 

Questo pubblico illegale si è poi riversato in massa sul primo album ufficiale “+” e ancora di più su “x” facendolo arrivare al primo posto nelle classifiche.

 

Ma la major per la quale ha firmato non guarda tanto a questi sentimentalismi, non gli interessa se è stata la pirateria, la facilità con la quale i brani di Sheeran inondavano gli hard disk degli universitari, o la community (illegale) che si è creata intorno al musicista. La Warner deve proteggere i suoi interessi, e per farlo si spinge in luoghi fino a poco tempo fa sconosciuti per il copyright musicale: questo luogo si chiama Facebook.

 

Da qualche mese le major sono in caccia di tutti coloro che pubblicano cover non ‘consentite’ sul social network, cosa che ha spinto Facebook a prendere le misure istituendo un ufficio dedicato alle licenze musicali.

 

Per adesso questo ufficio non è ancora operativo e non sembrano siano stati fatti accordi come quelli stipulati da YouTube con le aziende di settore (etichette, editori) ai quali, per ogni licenza utilizzata, riconosce il 2% del fatturato pubblicitario ottenuto dagli ads in pre roll o con i banner.

 

Quindi, se pubblichi una cover su Facebook, Facebook non ha le licenze necessarie per ospitarla e quindi deve oscurarla, come ad esempio è successo a Charlotte Campbell, musicista e busker professionista che si è fatta strada con le cover, come il 70% degli artisti mondiali.

 

“Ho pubblicato forse 15 secondi di un video dove canto ‘Castle On The Hill’” ha spiegato la busker “E’ bastato solo questo per essere minacciata dalla etichetta di Ed Sheeran per violazione del copyright. Sono stata bannata da Facebook e per punizione il mio account è stato sospeso per tre giorni. E se lo faccio di nuovo lo cancelleranno completamente. […] Ed Sheeran ha circa 16 milioni di fan sulla sua pagina e si è agitato per 13.000 persone che possono ascoltare una canzone che ha scritto lui e alla quale ho dovutamente attribuito la sua paternità. Non capisco il punto”.

 

Il punto, cara Charlotte, è che in questo far west digitale non si fanno prigionieri e il povero Ed Sheeran ha firmato un contratto che lo fa diventare un vero e proprio brand con pochissimi poteri, se non quelli di scrivere canzoni.

 

L’anima umana rimasta fuori da contratto con la Warner, però, ha il suo valore che porta Ed a scrivere direttamente a Charlotte (su Facebook ovviamente): “Ho appena visto il video e tutto questo non ha nulla a che vedere con me. Io amo le persone che fanno cover dei miei brani, è una delle migliori cose che possono accadere a chi fa il mio tipo di lavoro […] Ho chiesto cosa è successo e mi hanno risposto che si tratta di un bot che lavora con alcuni algoritmi (non ho idea di cosa significhi) ed è stata solo sfortuna che sia toccato al tuo video”. Caro Ed, ti hanno detto una bellissima supercazzola digitale.

 

E’ vero che si tratta di un bot, ma non è vero che sfortuna ha voluto che toccasse al suo video. Le intenzioni, legalmente corrette di Warner, sono quelle di obbligare Facebook a pagare le licenze necessarie ad ospitare musica edita, anche sotto forma di brano ricantato.
Quindi, Charlotte ed Ed, il vero grosso problema non sono le label, ma la velocità con la quale Facebook lancerà il suo programma di revenue sharing musicale.

 

 

 

Fabrizio Galassi