Su come funzionino le playlist di Spotify ci sono poche certezze e moltissime ipotesi: se da una parte sappiamo che esiste un “mercato nero” delle playlist, vero core-business della piattaforma di streaming, dall’altro ci sono alcune playlist che dovrebbero essere governate da altri parametri. La Viral 50 per esempio, è composta dai brani più “virali”, anche se non è del tutto chiaro da dove arrivino i dati che decretano la “viralità” di un pezzo: quante volte è stato condiviso sui social? E su quali social? La condivisione deve essere stata attivata dal tasto “condividi” di Spotify oppure i dati vengono rilevati direttamente dai nostri account, anche privati?
Altro tipo di playlist sono le “Discover Weekly” o le “Release Radar”, playlist che si autogenerano a partire dai nostri ascolti, e che ci consigliano cose che potrebbero piacerci o nuove uscite che abbiamo perso. Proprio l’alto livello di personalizzazione promesso dai consigli dell’algoritmo, che certe volte funziona meglio dei consigli degli amici, è al centro della pietra dello scandalo che in questi giorni sta portando molti utenti americani a chiedere a Spotify un rimborso sull’abbonamento mensile.
Al di là della faccenda di Drake, sarà interessante capire se Spotify intenda adottare questo tipo di politiche aggressive per altri artisti e in che quantità, ma soprattutto apre il dibattito su quanto questa pratica sia accettabile, soprattutto se l’artista finisce ad apparire nelle playlist di utenti premium, quindi paganti, che non hanno mai espresso interesse verso quell’artista o quel genere musicale, o che aprendo una playlist tematica con un preciso intento, si ritrovino ad ascoltare canzoni non coerenti con quanto cercato.

 

Per approfondire https://www.rockit.it/news/rimborso-spotify-spot-drake-viral